Writing

Un americano moderno, Thomas Schippers

Preface by James Conlon for THOMAS SCHIPPERS by Maurizio Modugno

Non è un compito facile scrivere una mia riflessione su Thomas Schippers a trent’anni dalla morte: credo che la prospettiva giusta sia scrivere non tanto da artista ad artista o da direttore d’orchestra a direttore d’orchestra, quanto, più specificamente, da direttore d’orchestra americano a un grande collega della generazione precedente. Credo inoltre che l’unicità di Thomas Schippers debba essere considerata avendo ben presenti sia l’epoca in cui è vissuto; sia il problema del ruolo storico del direttore d’orchestra americano di musica classica nella nostra cultura; sia che egli fu tra i primi ad affermarsi nel dopoguerra. Oggi nel nostro paese, è raro parlare di lui in una simile prospettiva. I trent’anni che ci separano dalla sua morte sono già ben più di quelli della sua breve carriera. Aveva cominciato a dirigere qualche anno dopo che Leonard Bernstein aveva raggiunto l’apice del successo nel firmamento della scena musicale americana. Ma sarebbe passato del tempo prima che l’America ammettesse a se stessa che uno dei suoi figli potesse meritare di salire sulla torre dei grandi direttori d’orchestra, fino ad allora dominio esclusivo dei giganti della cultura europea. Non era concepibile l’idea che un americano, attraverso il suo talento, fosse in grado di assorbire e integrare sufficientemente la cultura europea tanto da diventare un degno rappresentante della sua eredità musicale. Thomas Schippers era su una strada simile a quella di Bernstein: ma stava per essere oscurato da una stella ancora più brillante e colpito da una morte prematura, che gli ha impedito di crescere verso i “golden years” della sua arte direttoriale.

E’ molto significativo notare che il paese dove la sua memoria è onorata, più che in qualsiasi altro, sia l’Italia. C’è una giustizia in tutto questo. A differenza di Bernstein, Schippers si è dedicato molto all’opera lirica italiana. La sua devozione, la sua genialità nel regno del Belcanto gli ha fatto meritare un posto di spicco in un “pantheon operistico”. Anche se l’energia titanica di Bernstein comprendeva incursioni sporadiche nella musica italiana, il suo genio imponente, il suo vigore artistico si erano orientati altrove. Questo portò l’America (non si sa se per caso o di proposito) alla percezione (falsa) che un direttore d’orchestra dei nostri giorni potesse considerarsi completo anche senza avere un particolare interesse o una speciale maestria nella tradizione italiana.

Io stesso sono stato coinvolto, con riverenza e con passione, dalla musica italiana. Per me, giovane studente di musica negli anni sessanta, Schippers era il modello d’artista e di uomo, nato e cresciuto in America, che poteva affermarsi con Verdi, il Verismo ed il Belcanto. Se era possibile per lui, pensavo, poteva esserlo anche per me. Se c’era posto per un direttore d’orchestra americano nato con “il desiderio dell’Europa”, ce n’era per un altro. Mi rendevo conto che anche un americano come me poteva, con lo studio e la sensibilità artistica, identificarsi con l’Europa della musica classica. Il suo sogno era anche il mio sogno. Confrontandomi con le mie energie artistiche, sono riuscito ad ottenerlo.

Come Bernstein, anche Schippers si era dedicato alla musica americana con zelo, pur difendendo il valore e l’onore della musica italiana. Ma la figura colossale di Bernstein ha offuscato quella di Schippers. La storia ed il destino avrebbero di nuovo offuscato la sua memoria. Mentre la sua stella si spegneva, un’altra nasceva. L’era straordinaria di James Levine era appena iniziata. Un americano moderno, affermatosi al Metropolitan, a New York ed alla nazione, nuotando, contemporaneamente in acque sia tedesche che italiane, avrebbe avuto ulteriori conseguenze, tra le quali oscurare ancor più la memoria di Schippers. Il cui prodigioso successo era dovuto tanto al suo carisma sul podio, quanto alla sua bellezza da Apollo. L’America, con il suo culto della giovinezza, ne era totalmente affascinata. Era destinato a morire giovane. Era difficile immaginarlo da ottantenne. Con il passare della sua vita, tra i suoi compatrioti, è passata anche la sua memoria. Tuttavia, resta il fatto che c’era molta più sostanza di quanto apparisse in superficie. Il suo carisma e la sua bellezza fisica tendevano ad oscurare il suo talento. Fortunatamente però questo talento e la sua sostanza rimangono nell’eredità delle sue registrazioni.

Era un maestro del colore con uno squisito senso estetico. In un ambiente sempre più dominato da un’ energia ritmica implacabile e talora ridondante, queste sue qualità venivano sottovalutate. Lui faceva cantare le orchestre. Trasmetteva il suo legame con la voce umana in tutto il suo stile interpretativo. Nei miei ricordi personali s’affollano esecuzioni eccezionali: lo Stabat Mater di Rossini, Il Giuramento di Mercadante, la Manon Lescaut di Puccini con la regia di Visconti. Il mio incontro personale con lui è collocato in un breve periodo, due anni. L’ho osservato preparare Il Giuramento al Festival di Spoleto del 1970. Nel 1971 invece, tra i miei compiti, avevo quello di assisterlo nella preparazione del Requiem di Verdi per il Concerto in Piazza. Suonavo sotto la sua direzione durante le prove al pianoforte con i solisti ed ho diretto la prova generale mentre lui si occupava della prova acustica.

Nel febbraio del 1972 venne alla Juilliard, dove ero all’ultimo anno di studio. Stava collaborando con Michael Cacoyannis ad una nuova produzione de La Bohéme. Osservavo le sue prove e l’ ho “ufficiosamente” sostituito nei giorni in cui era assente per malattia. Cancellò la sua partecipazione circa dieci giorni prima del debutto. Fui raccomandato da Maria Callas, che mi aveva tenuto d’occhio durante le prove, al Presidente della Juilliard, Peter Mennin, che mi chiese di dirigere la produzione. Fu il lancio della mia carriera professionale. L’ho visto dirigere molto altre volte dopo quell’occasione, ma non abbiamo più avuto contatti personali. Thomas Schippers, l’artista ed il musicista, hanno un posto importante nella storia dei direttori d’orchestra americani. Nel secolo scorso, la nostra straordinaria, complessa e spesso sconcertante terra è riuscita a crearsi un posto brillante nella storia della musica classica. Lo ha fatto attraverso il lavoro e l’intraprendenza. Ha importato la cultura, la tradizione ed il repertorio europeo. All’inizio ondate di immigrati componevano le file delle orchestre più importanti; poi la situazione ha iniziato gradualmente ad evolversi. Anche se gli americani facevano parte delle orchestre, dei teatri lirici e dei conservatori, l’ultima roccaforte riservata ai non americani era quella della direzione d’orchestra. Pur con alcune eccezioni, questa tendenza in America è valida ancora oggi.

Nello stesso periodo in cui morì Schippers, un mio vecchio e saggio amico mi disse: “Un direttore d’orchestra americano per avere successo deve ricordarsi di due cose: gli Americani preferiscono gli Europei e gli Europei preferiscono gli Europei. Devi lavorare il doppio…” Non ho dovuto pensarci su più di tanto. Ho solo pensato a Thomas Schippers.

Photo: Chester Higgins

“James Conlon’s career is the story of brilliant promise fulfilled brilliantly.  Few artists have consolidated early success with the sustained and enduring excellence Conlon has achieved…When Conlon is leading a performance, music and drama never seem to be at odds….All of it is marked with a joyous sense of urgency that bespeaks the prodigy he once was – and a richly satisfying command that reflects the master he has become.”

Opera News
Awards Issue, November 2005